L'insignificanza è l'essenza della vita di Milan Kundera

image

‘Gettare una luce sui problemi più seri e al tempo stesso non pronunciare una sola frase seria, essere affascinato dalla realtà del mondo contemporaneo e al tempo stesso evitare ogni realismo – ecco La festa dell’insignificanza. Chi conosce i libri di Kundera sa che il desiderio di incorporare in un romanzo una goccia di «non serietà» non è cosa nuova per lui. Nell’Immortalità Goethe e Hemingway se ne vanno a spasso per diversi capitoli, chiacchierano, si divertono. Nella Lentezza, Vera, la moglie dell’autore, gli dice: «Mi hai detto tante volte che un giorno avresti scritto un romanzo in cui non ci sarebbe stata una sola parola seria ... Ti avverto però: sta’ attento». Ora, anziché fare attenzione, Kundera ha finalmente realizzato il suo vecchio sogno estetico – e La festa dell’insignificanza può essere considerato una sintesi di tutta la sua opera. Una strana sintesi. Uno strano epilogo. Uno strano riso, ispirato dalla nostra epoca che è comica perché ha perduto ogni senso dell’umorismo. Che dire ancora? Nulla. Leggete!’

Gli interrogativi sul nonsense della vita, del nostro breve passaggio terreno, venendo dal nulla e finendo nel nulla, sempre in bilico tra ridicolo e tragedia, sono antichi quanto l'uomo, quanto la letteratura e quanto la filosofia e, meno provocatoriamente di quel che può sembrare, Milan Kundera prova a ribaltare il problema, a cominciare dall'accettarlo per quel che è, facendo affermare a un suo personaggio che ''L'insignificanza è l'essenza della vita''.
L'insignificanza ''è con noi sempre e ovunque. E' presente anche dove nessuno la vuole vedere: negli orrori, nelle battaglie cruente, nelle peggiori sciagure. Occorre spesso coraggio per riconoscerla in condizioni tanto drammatiche e chiamarla con il suo nome - spiega sempre lo stesso personaggio, Ramon - Ma non basta riconoscerla, bisogna amarla, l'insignificanza, bisogna imparare ad amarla'' e, parlando, indica all'amico D'Ardelo il parco del Lussemburgo in cui si trovano (e in cui si apre e chiude il racconto), la bellezza del luogo, la gente a passeggio, le risate dei bambini, che ''l'insignificanza è la chiave della saggezza, del buonumore''.
In un romanzo precedente, ''La lentezza'', come ricorda ora il risvolto di copertina, la moglie dell'autore gli ricorda: ''Mi hai detto tante volte che un giorno avresti scritto un romanzo in cui non ci sarebbe stata una sola parola seria...''.
Ecco quindi che il libro che abbiamo ora in mano pare proprio quello promesso allora, così incentrato su cose apparentemente futili. Alain che si interroga su quale significato possa avere veder concentrata la seduzione femminile nell'ombelico, così esibito ai nostri giorni. Alain che ricorda l'ultimo incontro a 10 anni con sua madre, che l'ha poi abbandonato, che gli fissa l'ombelico e poi glielo sfiora con un dito. L'ombelico come argomento poco serio, ma l'ombelico è il segno dell'origine e questo racconto filosofico (filosofico come tutti i romanzi di Kundera) alla fine di questo ragiona, convinto che restando in superficie si abbia uno sguardo più vasto e che molti segreti e la bellezza siano appunto nella superficie, delle cose, della vita, e nella sua insignificanza, nel suo portarci a risultati imprevisti e imprevedibili.
D'Ardelo, reduce dal medico che lo ha liberato dal sospetto di avere un cancro, incontrando l'amico Ramon, a sorpresa anche per se stesso, dice di aver appena avuto la tragica notizia contraria, confessandosi che ''il suo cancro immaginario semplicemente lo rallegrava''. La mamma di Alain, rimasta incinta, aveva deciso di suicidarsi e si era buttata nella Senna, quando un ragazzo cercò di salvarla, ma lei reagì, ostinata nel suo proposito, sino a che fu il giovane ad affogare e lei, da suicida, si ritrovò assassina: il giovane che voleva imporle la vita è morto, e il feto che voleva uccidere resta vivo, perché la vita non ha senso e va in direzioni impreviste e incontrollabili.
Anche le realtà più tragiche, come lo stalinismo con la sua ferocia, che Kundera da Praghese ha ben conosciuto a suo tempo, ha i suoi aspetti poco seri e paradossali, qui rivelati da una storiella che amava raccontare Stalin, dal servilismo di tutti i suoi accoliti, e dal suo aver voluto cambiare il nome della vecchia storica città di Koningsberg, intitolandola all'insignificante Kalinin, cosa che per Alain avvenne per tenerezza verso un uomo che soffre, ''riscoperta di un sentimento che da tempo aveva smesso di provare e che era per lui di un'indicibile bellezza''. Alain, Ramon, Charles, Caliban, attore che aveva fatto il selvaggio nella ''Tempesta'' di Shakespeare, e gli altri si incontrano per le strade di Parigi, parlano, non affrontano alcun argomento alato, non compiono gesti esemplari, ma ognuno cerca di gettare una colpa, un peso sull'altro, naturalmente, in una sorta di girotondo collettivo, perchè, sollevata la tenda che per secoli ci aveva impedito di vedere l'essenziale, ''si scopre che l'individualità è un'illusione''. E allora non è difficile capire che alla fine è del nostro mondo, della nostra società che si parla, con grande leggerezza e quel sottile filo di ironia proprio della natura stessa di ogni intellettuale ceco.(ANSA).

Prezzo 16€

Data uscita 30/10/2013

Commenti

Post popolari in questo blog

"La storia generale dei pirati", del Capitano Charles Johnson

'IL CANTICO DELLE CREATURE' ILLUSTRATO PER BAMBINI

'Schifoso traditore. Come riconoscere le tracce dell'infedeltà' di Alberto Caputo, Alessandro Calderoni, Silvia Jun, Paolo Baron