“I SENZA DIO. L’INCHIESTA SUL VATICANO”

Le amicizie pericolose. I business inconfessabili. Gli accordi sotto banco con i partiti per spartirsi privilegi miliardari e spesso ai confini con la legalità. Tra loschi giochi correntizi, scandali e misfatti, la Chiesa è diventata come la politica. Ma addirittura più scopertamente ricca, spregiudicata e arrogante nel pretendere l'immunità per i suoi uomini, impegnati più a contendere agli onorevoli le comparsate nei talk show e nelle aule dei tribunali che sugli altari. Per questo, testimoniano i sondaggi più recenti, i credenti le hanno ormai voltato le spalle in tutto il mondo. Stefano Livadiotti racconta in un'inchiesta-choc tutta la verità su un mondo di potere tanto dorato quanto ipocrita e corrotto, che predica bene e razzola malissimo. Dove contano solo fama, denaro e carriera, i reati comuni sono all'ordine del giorno e i pedofili più incalliti vengono amorevolmente tutelati. Dove, all'ombra dei sacri palazzi imbottiti di microspie, si muovono faccendieri, mafiosi e agenti segreti. Dove s'intrecciano storie a base di traffici d'armi e morti misteriose, la carità è un optional, la verità un miracolo e il sesso si fa ma non si dice. Tutto con l'avallo del Papa? Comunque, nel più assoluto segreto, come in ogni lobby che si rispetti. E sempre, naturalmente, in nome di Dio.

  “I SENZA DIO. L’INCHIESTA SUL VATICANO”
di STEFANO LIVADIOTTI
Bompiani
Pag. 240, euro 17,50
In libreria il 23 novembre



Trentunomila e 478 euro virgola qualcosa. È la somma che lo Stato, quindi l’intera platea dei contribuenti, ha versato nel 2010 per il mantenimento di ognuno dei 33 mila e 896 sacerdoti in servizio attivo nelle diocesi del paese. Il totale fa un miliardo e 67 milioni di euro, l’importo del cosiddetto 8 per mille (salito nel 2011 a un miliardo, 118 milioni, 677 mila, 543 euro e 49 centesimi). E l’assegno l’ha
incassato la Chiesa, attraverso la Conferenza episcopale.
Che poi a ciascuno di quei preti ha girato direttamente solo 10.541 euro, un terzo di quanto ha stipato nei propri forzieri. L’espressione è un po’ forte, ma i numeri sono numeri: e dicono che i vescovi fanno la cresta sullo stipendio dei loro sottoposti. (…)
(…) Funziona così. Un po’ come in un gigantesco sondaggio d’opinione, ogni anno i contribuenti, mettendo una croce sull’apposita casella nella dichiarazione dei redditi, possono indicare come beneficiaria dell’8 per mille una delle confessioni firmatarie dell’intesa con lo Stato (o scegliere
invece quest’ultimo). Sulla base delle indicazioni effettiva- mente raccolte, viene poi diviso in percentuale non il solo ammontare versato da quanti hanno espresso una preferenza (il 40 per cento circa del totale), ma l’intero montepremi. Al gruzzolo concorrono, cioè, anche i versamenti all’erario di coloro che, maggioranza assoluta, non hanno barrato un accidenti (quattrini che nella cattolicissima Spagna restano invece allo Stato). O che magari non hanno neanche mai sentito parlare del trappolone confezionato da “Treconti”, come l’hanno ribattezzato i tanti avversari politici da quando è improvvisamente diventato sparagnino. Il meccanismo, guarda caso, sembra ricalcato da quello scelto dai partiti per i rimborsi elettorali garantiti dal finanziamento pubblico.
Il risultato dell’arzigogolo è facilmente intuibile. Anche perché perdere una sfida con lo Stato italiano davanti a una giuria popolare è matematicamente impossibile. Tanto più se lo stesso sedicente avversario ha stabilito regole che lo penalizzano in partenza. E ancor più se durante la gara cammina invece che correre (la Chiesa si affida a un gigante mondiale come la Saatchi & Saatchi per una martellante campagna pubblicitaria costata nel 2005 qualcosa come 9 milioni di euro, il triplo di quanto donato dai preti alle vittime dello tsunami; lo Stato risulta non pervenuto).
Ma il vantaggio per la Chiesa va perfino al di là di quanto si possa intuire. Per quantificarlo bisogna necessariamente affidarsi a dati un po’ vecchiotti, per il semplice motivo che il ministero dell’Economia, con una decisione difficile da spiegare, fornisce le statistiche sulle scelte effettive dei
contribuenti solo alle confessioni religiose ammesse al beneficio, non proprio ansiose di mettere il tutto a disposizione del pubblico. Non è però un problema, dal momento che le percentuali variano in maniera quasi impercettibile tra un anno e l’altro. Dunque: nel 2004 la Chiesa è stata scelta da una minoranza pari al 34,56 per cento dei contribuenti italiani. Ma lo stesso dato, calcolato invece sulla sola
platea di quanti hanno ritenuto di dare un’indicazione sull’8 per mille, l’ha fatta schizzare di colpo, e miracolosamente, a una schiacciante maggioranza dell’87,25 (soglia intorno alla quale si colloca tutt’ora, decimale in più, decimale in meno). Ed è quest’ultima la percentuale utilizzata per ripartire l’intera torta. Che, Tremonti l’ha studiata bene, è destinata inevitabilmente a crescere. Il suo valore,
infatti, si aggancia ora alla variazione del Pil, cioè alla crescita economica, ora all’aumento della pressione fiscale. Quando non ai due elementi insieme. Questo garantisce alla Chiesa di incassare sempre più quattrini, a prescindere dal consenso racimolato. E perfino quando questo scende
in maniera vistosa. È successo, per esempio, nelle dichiarazioni dei redditi del 2007 (incassate nel 2010: c’è uno sfasamento temporale di tre anni). Quell’anno, forse sulla scia dello scandalo pedofilia, il numero dei contribuenti che ha indicato come beneficiari Ratzinger & C. si è ridotto, secondo
i calcoli degli stessi vescovi, di 95.104 unità. Così, perfino la percentuale drogata di spettanza della Chiesa ha fatto registrare un passo indietro: dall’86,05 del 2006 (89,82 nel 2005) all’85,01 per cento. Ma, sorpresa, grazie al doppio traino di Pil e pressione fiscale, la Chiesa ha comunque incassato di più: 100 milioni di euro.
I conti sono presto fatti. Nel 1989, come ricorda la stessa Cei in un documento ufficiale intitolato Otto per mille: destinazione e impieghi 1990-2011, con la congrua la chiesa prendeva 399 miliardi di lire (che nel 1990, nel primo anno con il nuovo sistema, diventarono 210 milioni di euro, perché nel totale furono inseriti anche 7 miliardi di lire di quattrini pubblici destinati alla nuova edilizia di culto). I
coefficienti di rivalutazione dicono che oggi quella cifra equivarrebbe a 369,01 milioni. Per il 2011, secondo i calcoli più aggiornati, alla Chiesa spetta invece, come dicevamo, un miliardo, 118 milioni, 677 mila e 543 euro: più del triplo. Ma per la Santa Casta l’affare è ancora più ghiotto di quanto
già non appaia a prima vista. Nello stesso ventennio, infatti, l’importo complessivo delle paghe dei preti (addirittura diminuito negli ultimi anni: di 20 milioni tondi tra il 2009 e il 2011) è cresciuto molto più lentamente: dai 145 milioni del 1990 ai 361 del 2011 (più 149 per cento). E così il margine che rappresenta in questo caso il guadagno, o la cresta, della Chiesa è via via aumentato, passando dai 65
milioni iniziali ai 757.677.543 euro di quest’anno, con un incremento del 1066 per cento. Chapeau. E dire che in un volantino distribuito dalla Cei nelle parrocchie, e intitolato Aiuta tutti i sacerdoti, si sostiene che l’8 per mille “non basta” a mantenere i preti.
I negoziatori della revisione concordataria del 1984, evidentemente consapevoli del papocchio che andavano allestendo, avevano previsto la possibilità di una revisione dell’aliquota: era stato insomma stabilito che l’8 per mille potesse diventare, per esempio, il sette o il nove, a seconda dell’andamento del suo gettito e delle spese reali della Chiesa. Il compito di monitorare la situazione, e introdurre
ogni tre anni gli aggiustamenti eventualmente necessari, era stato affidato, come nella migliore tradizione, a una commissione, l’ennesima, e questa volta pure bilaterale. Fin da subito, se ne sono ovviamente perse le tracce. E chi, come quei rompiballe in servizio permanente effettivo dei radicali, ha chiesto notizie al riguardo si è sentito opporre il segreto di Stato. Addirittura. Un minimo di pudore da parte del governo nell’affrontare l’argomento è assolutamente comprensibile. Perché da sempre l’esecutivo di turno, non ritenendo ancora all’altezza il cadeau presentato annualmente alla gerarchia ecclesiastica, ci ha aggiunto dell’altro. Consegnando di fatto alla Chiesa anche una buona fetta della quota (striminzita, peraltro) di 8 per mille che gli veniva assegnata su indicazione dei contribuenti.
Una forzatura sottolineata anche dalla Corte dei conti, che nel 2008 ha messo a punto una relazione sulla gestione dei fondi da parte dello Stato nel quinquennio 2001-2006 in cui si rilevavano “non poche incongruenze”. Una bacchettata di cui Berlusconi, troppo preoccupato a farsi perdonare dai preti certi eccessi di vitalità notturna, non ha tenuto alcun conto. Almeno a leggere le diciassette pagine del decreto con cui sono stati ripartiti nel 2009 i 43.969.406 euro destinati dai contribuenti allo Stato in quota 8 per mille: 459 mila euro alla Pontificia università gregoriana di Roma, 500 mila al Fondo librario della Compagnia di Gesù, un milione e 146 mila alla diocesi di Cassano allo Ionio, 369
mila alla Confraternita di Santa Maria della purità di Gallipoli. Secondo il pallottoliere, alla fine 10 milioni e 586 mila euro sono andati, in gran parte e attraverso il Fondo beni culturali, a 26 immobili di enti-satellite del Vaticano. E altri 14 milioni e 692 mila euro sono stati destinati a soddisfare richieste (quasi tutte per opere ecclesiastiche) legate al terremoto abruzzese e curiosamente presentate ancor prima che il sisma si verificasse. In sostanza, lo Stato ha girato al Vaticano più della metà dei soldi che i contribuenti gli avevano espressamente conferito.
Resta da capire che strada prendano i soldi pubblici che ogni anno rimangono nelle casse della Cei dopo il pagamento degli stipendi ai sacerdoti. (…)
(…) Nel 2011 (come del resto in tutti gli ultimi cinque anni, nel corso dei quali sono rimasti perfettamente invariati) gli interventi caritativi nel terzo mondo hanno totalizzato 85 milioni, pari al 7,59 per cento dei soldi pubblici incassati dalla Cei. E che, anche sommando a questi gli aiuti smistati in Italia, non si va oltre i 235 milioni, che vuol dire il 21 per cento del contributo statale alla Cei. Proprio come raccontava Maltese. Il tutto, ammesso e non concesso che tra queste iniziative abbia qualche senso includere “l’installazione di una radio cattolica nell’arcidiocesi di Mount Hagen, a Pasqua Nuova Guinea e a Puerto Esperanza, in Perù e la formazione per tecnici e animatori giornalisti della radio diocesana di Matadi, nella Repubblica democratica del Congo”, citati a pagina 14 del dossier Otto per mille. Destinazione ed impieghi 1990-2008 alla voce “promozione umana”, ma molto più simili a spese per la propaganda e il reclutamento. Oppure operazioni al limite del folklore sciupone
come “la formazione all’uso e alla gestione di un sistema fotovoltaico per la ricarica della batteria di cellulari, laptop e lampade per creare microimprenditorialità in diversi paesi dell’Africa”. Laptop nella savana? Mah. Di tutto questo ben di Dio, agli uomini di chiesa restano le briciole. Non alla nomenklatura, s’intende, ché quella si tratta bene. Bagnasco, ovviamente, lo nega: “Per la nostra
sussistenza basta in realtà poco,” ha detto il 26 settembre. Ma non è esattamente così, se nel solo 2007 i 20 cardinali di stanza a Roma sono costati oltre 3.000.000 di euro, come ha rivelato senza essere smentito il settimanale cattolico inglese “The Tablet” (del resto il giornale citava la sintesi di un rendiconto riservato della Prefettura per gli affari economici del Vaticano), e se è vero che nel 2010,
come ha scritto “El Pais”, la spesa per l’intera curia è stata di 102,5 milioni. Eppure non è certo ai papaveri vaticani che si riferiva “Famiglia Cristiana” quando, nel settembre del 2011, ha scolpito: “Mentre la nave affonda, i timonieri continuano a sollazzarsi.” (…)

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