'VIAGGIO DI NOZZE A TEHERAN' DI AZADEH MOAVENI

Sara' in libreria dal 6 agosto ''Viaggio di Nozze a Teheran'' scritto da Azadeh Moaveni.
Solo una vera giornalista poteva raccontare in modo cosi' aperto la vera storia di due anni di amore e paura passati in Iran. Attraverso gli occhi di una reporter occidentale dal cuore iraniano il vero racconto di paese nascosto e poco conosciuto. Un ritratto fedele, di un Iran carico di contraddizioni e complessita', che oggi come non mai richiama gli sguardi del mondo occidentale. La voce di una donna racconta cosa significa essere moglie e madre in un paese spesso dipinto come la culla del fanatismo e dell'integralismo religioso, ma dove fortunatamente persiste una vita comunitaria fondata sulla famiglia e sull'assistenza reciproca. Un romanzo illuminante per chi crede nel possibile cambiamento di una nazione.

Azadeh e' iraniana ma ha solide radici occidentali: parte della sua famiglia vive in California, e lei dopo aver lasciato la sua patria, ha intrapreso la carriera giornalistica negli Stati Uniti. Ciononostante il ricordo del suo Paese e' incancellabile, e sebbene ami quel senso di liberta' e indipendenza che si respira tra le strade dell'Occidente, non riesce a soffocare la forte nostalgia che la lega all'Iran.

Alla vigilia delle elezioni di Mahmoud Ahmadinejad, il «Time» la invia come corrispondente nella capitale iraniana per monitorare l'andamento del voto. L'arrivo a Teheran e' sconvolgente. Azadeh subisce immediatamente l'impatto con uno stile di vita e una cultura che lei non conosce e non ricorda. Ma l'aria di casa non tarda a travolgerla con il suo carico di vecchi sapori, antiche abitudini che riprendono vita, visi familiari ritrovati dopo lungo tempo.

http://www.adnkronos.com/IGN/

Pagine 336
Euro 14,90

In uscita il 30 luglio

Dì a tutti che siamo democratici
Nel 2005, quasi alla fine della primavera, sono tornata in Iran per seguire
le elezioni presidenziali. La mia carriera di giornalista per «Time
» era cominciata con l’elezione iraniana del 2000, e anche se negli
anni seguenti la mia professione mi ha portato in tutto il Medio Oriente,
solo quando ho seguito le elezioni iraniane mi sono sentita davvero
a casa. La mia vera casa, naturalmente, si trovava nel nord della California,
dove i miei vivono tuttora e dove sono nata e cresciuta, in una
comunità di iraniani-americani baciati da uno straordinario successo –
dottori, avocanti, banchieri e finanzieri – ma torturati dalla nostalgia
dell’emigrato. Ho visitato occasionalmente la California per festeggiare
matrimoni di amici, per vedere i miei e per riempire un’intera valigia
di alimenti biologici che non riuscivo a trovare a Beirut, dove mi sono
trasferita sin dal 2003. Posizionato su una splendida striscia di terra
sul Mediterraneo, il Libano si trovava alla distanza perfetta dall’Iran,
da un punto di vista geografico ma anche esistenziale. La vicinanza
mi permetteva di volare a Teheran in poco tempo, di restarvi qualche
giorno per scrivere i miei articoli, e poi di ritirarmi di nuovo nella
mia calma vita occidentale, fatta di lezioni di Pilates e cocktail bar.
Quando sono arrivata a Teheran, le persone che conoscevo in tutti i
miei disparati mondi – dalla California a Beirut fino a Teheran – hanno
iniziato a sommergermi di e-mail in cui mi scongiuravano di tenerli
sempre al corrente dei miei reportage. La cosa in sé era molto insolita,
dato che la situazione politica dell’Iran e la conclave di mullah al
potere di solito non sollevavano un grande interesse. Ma persino il
mondo esterno si rendeva conto che quelle elezioni erano un evento di
fondamentale importanza: avrebbero stabilito con chiarezza se un Paese
importantissimo, popolato da settanta milioni di abitanti seduti sopra
una delle più sconfinate riserve mondiali di petrolio, sarebbe riuscito
a guadagnarsi un posto tra le nazioni rispettabili, o se invece an-
cora una volta sarebbe rimasto impigliato nel radicalismo che lo aveva
contraddistinto nelle ultime tre decadi.
Per quanto fossero importanti quelle elezioni, tuttavia, c’era un altro
motivo che mi spingeva a rimettere piede in Iran. Volevo scoprire se mi
era possibile tornare. Nei due anni trascorsi dopo la mia ultima visita
avevo pubblicato un libro sull’Iran, che era essenzialmente una cronaca
di come i mullah avevano tiranneggiato la società iraniana e dato vita
a una generazione di giovani ribelli che desideravano con tutte le loro
forze un cambiamento. In Lipstick Jihad parlavo di festini underground
pieni di droga e dell’ipocrisia clericale: avevo dato voce a critiche
che, avanzate da altri iraniani, avevano suscitato persecuzioni e imprigionamenti.
In poche parole, era quel genere di libro che i dittatori
non amano affatto: una di quelle opere che si scrivono sull’orlo di un
imminente addio, un fragoroso, catartico chiudersi la porta alle spalle
per poi andarsene.
Ma dato che ero giovane e stupida, avevo la ferma intenzione di tornare.
Volevo disperatamente che l’Iran fosse un Paese in cui si poteva
dire la verità sul potere, e la mia volontà era così forte che decisi di
mettere alla prova la realtà. Quanto sarebbe stato meraviglioso, pensavo,
se fossi riuscita a tornare senza problemi. Allora mi sarei potuta
presentare negli Stati Uniti e annunciare: «Avete visto, avevate torto.
In Iran non c’è una dittatura così terribile, in fin dei conti: il regime tollera
il dissenso, a differenza degli alleati arabi dell’America». Quindi
mi sono messa a scrivere allegre e-mail ai miei amici, in cui dicevo cose
del tipo: «Se non esco viva dall’aeroporto, potete tenervi le mie scarpe
», e ho prenotato il volo per passare due settimane a Teheran.
I ritratti degli austeri ayatollah che incombevano sulla hall mi erano
così familiari che non ho alzato neppure lo sguardo per osservarli. Dopo
un po’ avevo semplicemente smesso di vederli: le loro barbe si
confondevano con i muri ingialliti. Mi sembrava del tutto normale che
nel ventesimo secolo la capitale di un grande Paese fosse completamente
ricoperta da gigantografie di esponenti del clero con tanto di
turbante. Per un fuggevole istante, prima di passare il mio passaporto
all’impiegata che sbadigliava dietro il chador nero, quella nonchalance
che il mio terapista avrebbe definito “negazione” si è incrinata, e ho
provato un brivido di paura.

Commenti

Anonimo ha detto…
in realtà io l'ho già trovato in libreria! strano...

mi hanno detto che domani Newton Compton pubblicherà un'intervista a Moaveni sul proprio sito

ci sono già le domande

Post popolari in questo blog

'IL CANTICO DELLE CREATURE' ILLUSTRATO PER BAMBINI

"La storia generale dei pirati", del Capitano Charles Johnson

'Schifoso traditore. Come riconoscere le tracce dell'infedeltà' di Alberto Caputo, Alessandro Calderoni, Silvia Jun, Paolo Baron