"L'esorcista" di William Peter Blatty ripubblicato

Torna in libreria il più celebre romanzo horror degli ultimi anni, "L'esorcista" di William Peter Blatty (Fazi editore). Il testo che pubblichiamo in questa pagina è una parte dell'introduzione dello scrittore Edoardo Nesi.

Questo libro fa paura. Quella paura da bambini che ti fa tenere la luce accesa in camera un po' più a lungo e ti obbliga a tenerne conto. Quella paura strisciante che prima ti consiglia, poi ti invita e alla fine ti obbliga ad alzarti dal letto perché tanto non riuscirai ad addormentarti, non con le pagine dell'Esorcista vive e vivide dentro di te. Quella paura nerissima che ti costringe ad accendere la televisione e però nessuna trasmissione, nessun canale riesce a toglierti dalla testa quello che hai appena letto, e così devi assolutamente fare qualcosa, ma poiché è notte e non c'è più niente che devi fare allora vai in bagno, e ti tagli le unghie, e ti lavi i piedi, e rimani immobile a guardar fuori dalla finestra per lunghi minuti vuoti e ti chiedi se basterà una doccia per lavar via l'agitazione, o un bagno caldo per affogarla (...)

Non sono sicuro di riuscire a capire o a spiegare il perché, ma in qualche modo sento, anzi so, che la paura che provoca L'esorcista nasce a un livello così profondo da non consentirmi nessuna distanza, nessun possibile sollievo, nessuna assuefazione: è come se questo straordinario romanzo riuscisse in qualche modo a infiltrarsi fino al nucleo segreto, alla tana nella quale si rannicchia di notte la mia anima.
Perché la verità è che non sto semplicemente leggendo un libro. Non sto imparando nulla e non mi sto divertendo. È un'esperienza del tutto diversa, percorrere le pagine dell'Esorcista. Vuol dire trovarsi a tu per tu con il Male.

Uno dei caratteri fondamentali di questo romanzo unico è che il lettore non viene terrorizzato da un assassino o da un serial killer. Non è uno spregevole poltergeist o un fantasma o un vampiro a tormentarlo, e nemmeno un mostro orrendo, o un alieno, o uno dei meravigliosi mostri alieni di Lovecraft.

Perché il protagonista del libro è il Demonio. Satana. Il Diavolo. E per qualcuno è troppo. Conosco persone, grandi e piccine, che mi hanno detto di aver trovato divertente il film L'esorcista, di aver riso nelle scene più forti e di non aver provato nessuna paura, insomma: e questo racconta molto più di loro che del film, perché evidentemente preferiscono negare se stesse e la loro sensibilità pur di non accettare il nucleo innominabile che sta al centro della storia e che forse è davvero troppo terribile per essere riconosciuto e accettato, e cioè l'idea che il Maligno possa esistere, prima di tutto, e prendersi poi l'anima di un'innocente.

L'esorcista di William Peter Blatty (dal quale venne tratto il film diretto da William Friedkin), pur nella sua altissima ambizione di raccontare nientemeno che la possessione diabolica, compie il miracolo di riuscire a rivolgersi al grande pubblico con quella benedetta semplicità d'approccio e di lingua e di costruzione letteraria che è rara quanto la vigogna e come lei preziosissima, soprattutto se coniugata a un argomento così alto, così profondo, così delicato; ed è probabilmente questa la ragione del suo grande successo editoriale, finora oscurato in Italia dal successo planetario del film.

È un libro importante, L'esorcista. Perché Blatty, pur non essendo uno dei grandi virtuosi come Pynchon o DeLillo, affronta un tema come la possessione diabolica riuscendo a costruire una robustissima e appassionante concatenazione di avvenimenti che ricorda i migliori thriller, tratteggia divertito personaggi credibili e mai banali e mostra fin dall'inizio, con grande semplicità, umanità e sincera partecipazione, il nostro rapporto con il sacro: riaffermando l'importanza del lavoro di scavo che a volte riesce a compiere la letteratura nella ricerca della comprensione della nostra interiorità, del nostro rapporto con la paura e con la colpa, con Dio e col Maligno.

Lungamente pensata, inattaccabile da ogni punto di vista, la trama del romanzo rappresenta il suo assoluto punto di forza, assecondata com'è da uno stile preciso e discreto e da un registro di scrittura che non pretende mai di imporsi sull'argomento "radioattivo" che sta affrontando. Valga per tutte la sottile eleganza con cui avvengono le prime manifestazioni del Diavolo.

Fin da subito iniziano a ripetersi nella storia, quasi in sottofondo, certi segni minimi, sommessi, infinitamente subdoli perché inspiegabili eppure anche dimenticabili, d'importanza e forza sempre crescente: si comincia col rumore delle zampe di topi che corrono in soffitta, e certi strani sordi colpi notturni, come di passi; poi Regan che va a dormire dalla mamma perché dice che il suo letto si muove; poi i mobili che, senza che nessuno li veda, si spostano nella camera della bambina; poi le orribili profanazioni delle immagini sacre nella chiesa vicino alla casa; poi il freddo costante dentro la camera della bambina, nonostante i termosifoni funzionino perfettamente; poi le parolacce orribili che Regan urla al medico mentre la visita - parolacce che non può conoscere; e poi la terribile profezia lanciata all'astronauta, la sera della festa, e la terrificante pisciata sul pavimento davanti agli ospiti.

E tu pensi che, certo, è così che succede.
Come una malattia. Come se anche al demonio occorresse tempo per infestare un'anima, e ogni giorno l'infezione fosse più forte e ogni giorno presentasse un sintomo nuovo e orribile: ed è così che, pian piano, noi lettori facciamo conoscenza con una malvagità infinita e potentissima e incontrollabile che agisce sulle persone e le cose con una forza selvaggia, con un'oscena determinazione ad apparire e manifestarsi perché quello e soltanto quello sembra volere; una malvagità che ci convince perché fa compiere alla bambina atti innominabili, così orribili da sconvolgerci, ancora oggi.

E mentre si legge, avvinghiati alle pagine, si diventa vittime di un meccanismo perfetto e poderoso che fa dipanare la storia in un lento, inesorabile crescendo che non ci lascia nessun punto di riferimento: non c'è niente di ovvio, niente di telefonato, niente di già letto nella catena di eventi che ci porta infine davanti all'incubo, all'orrore supremo. Per quanto si cerchi di non precipitare nella storia, non ci si riesce. Siamo in una carrozza coi vetri oscurati, e corriamo nella notte, senza sapere dove stiamo andando.

http://www.repubblica.it/

Commenti

zia Sam ha detto…
ciao, ho letto il tuo blog passando per caso da un altro blog e mi pare interessante, anche io sono una blogger amante dei libri...ti aggiungo fra i preferiti, se ti va sostienimi anche tu

ciao

sam


http://labancarelladiziasam.blogspot.com/

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