Pablo Neruda e gli occhi del Brasile

Il primo impatto del poeta col Brasile era avvenuto nel 1927, a ventitre anni, a bordo della nave che lo stava portando in Europa. Contemplando lo sguardo di una giovane brasiliana imbarcatasi a Rio.
In una lirica del 1949 dedicata a Luís Carlos Prestes, Pablo Neruda invoca gli «occhi giganti» del Brasile e la sua «viva polvere di smeraldi». Per gustare le metafore in poesia non è essenziale sapere come esse nascano. Eppure spesso sono gli aspetti non essenziali a chiarirci il rapporto che un poeta stabilisce col mondo. Il postino che dialoga con Neruda nel romanzo di Antonio Skármeta, e poi nel film di Michael Radford e Massimo Troisi, vuole capire cosa siano le metafore e come il poeta riesca a trasferire di contesto, e con effetti lirici, il senso primario delle parole e delle frasi.

«Confesso che ho vissuto» è l'autobiografia di Neftalí Reyes, alias Pablo Neruda, uscita postuma nel 1974. Più che di un'autobiografia si tratta di una narrazione per quadri, per aneddoti significativi, diversa dalle autobiografie sistematiche, a tappeto, come «Vivere per raccontarla» di Gabriel García Márquez, diversa anche nel titolo. In «Confesso che ho vissuto», tra mille altre cose, Neruda parla nei dettagli del suo viaggio in Brasile nel luglio del 1945, su invito di Luís Carlos Prestes, il leader comunista rimesso in libertà l'11 aprile da Getúlio Vargas dopo quasi dieci anni di prigionia.

Neruda si trovava nel suo rifugio di Isla Negra quando ricevette l'invito di Prestes. Isla Negra non è un'isola: è un luogo costiero sul Pacifico, una volta sperduto ora non più, dove Pablo aveva una casa a lui molto cara, la più amata di tutte. Appena eletto senatore nelle file del Partito comunista cileno, Neruda guardava a Prestes come alla reincarnazione del mitico Prometeo, inventore del fuoco e difensore degli uomini dai capricci degli dei. Lo sforzo di Prestes, detto da Jorge Amado «cavaliere della speranza», era di orientare il proletariato urbano a sostenere il Partito socialdemocratico, appena fondato, contro l'opposizione liberale rappresentata dall'Unione democratica nazionale, nata negli stessi giorni dell'amnistia. Il momento centrale della campagna era un comizio da organizzare nello stadio di Pacaembu, con l'intervento di Jorge Amado e Pablo Neruda, per esprimere ufficialmente il consenso dei comunisti brasiliani alla formazione di un'Assemblea nazionale costituente.

Davanti a circa centotrentamila persone Neruda declamò una lirica in lingua spagnola, composta poche ore prima. «Quante cose vorrei dirvi oggi, brasiliani, / quante storie, lotte, delusioni, vittorie / ho portato per anni nel cuore per dirle qui, / coi pensieri e i saluti...». Perché tutti capissero, Amado suggerì di sostituire la parola albañiles, muratori, con pedreiros. Fu un pomeriggio indimenticabile, con le ovazioni dei presenti che scandivano i versi e i discorsi politici. Poi Neruda vide di nuovo Prestes in casa di amici.

Il secondo incontro si rivelò deludente. Lo si percepisce tra le righe del racconto autobiografico. Il «cavaliere della speranza» si rivolse a Neruda con toni venati di paternalismo e improntati a una «condiscendenza fra tenera ed evasiva, molto simile a quella che assumono gli adulti nel trattare con i bambini». Forse non fu che un'impressione, complicata dal fatto che Neruda era corpulento mentre Prestes, di carattere riservato, era bassino, delicato e trasparente come la carta. Nel rievocare l'episodio Neruda osserva che le parole e il pensiero di Prestes contrastavano col suo aspetto esteriore ma non lo contraddicevano, lo esaltavano. Un Prometeo di piccola statura, dalla personalità gigantesca.

Prestes invitò a pranzo il compagno Pablo per la settimana dopo. In quel momento, scrive Neruda, «accadde una di quelle catastrofi imputabili solo al destino o alla mia irresponsabilità». La lingua portoghese, come quella spagnola, enumera i giorni della settimana secondo l'uso arabo ed ebreo, partendo dalla domenica e non dal lunedì, nel senso che lunedì è il secondo giorno, segunda-feira, martedì è il terzo giorno, terça-feira, e così fino a sabato, il settimo giorno. L'invito di Prestes era per la terça-feira, martedì 17 luglio. Neruda andò a Rio, dove ebbe modo di incontrare Vinicius de Moraes.

Ne nacque un'amicizia che negli anni seguenti sarebbe divenuta profonda perché sostenuta da basi comuni: gli interessi poetici e il mestiere di diplomatici. Così avvenne che Prestes, davanti a una tavola ben imbandita, un menu raffinato e vini eccellenti, attese a lungo il compagno Pablo che in quelle stesse ore, in anticipo di quasi vent'anni sulla famosa canzone di Vinicius, stava godendosi il mare e la spiaggia di Ipanema accanto a una bella amica carioca, convinto di non avere impegni perché l'invito a pranzo di Prestes era per il miércoles, terzo giorno della settimana. Prestes cercò di raggiungerlo in tutti i modi, senza riuscirvi. Tutto ho potuto apprendere in vita mia, conclude Neruda, eccetto il nome dei giorni della settimana in portoghese.

Chi legge oggi queste pagine si chiede: fu un difetto di comunicazione o un atto mancato? C'è un altro episodio significativo nell'infanzia di Neftalí Reyes: la volta che il padre José, leggendo per primo una poesia dedicata dal ragazzo alla mamadre, la matrigna adorata come una madre vera, gli domandò da chi l'avesse copiata, con un tono che non facciamo fatica a immaginare simile a quello usato tanti anni dopo con lui da Luís Carlos Prestes.

In queste rievocazioni del Premio Nobel cileno, la cui vita è costellata di fatti gloriosi come il salvataggio di centinaia di spagnoli dalla guerra civile, imbarcati sul piroscafo Winnipeg e inviati in Cile nel 1939, c'è sempre qualcosa di vagamente allegorico. La rievocazione dell'incontro con Prestes sembra avere una duplice funzione: rimarcare, da una parte, l'imbarazzo davanti a un gigante della lotta politica che lo tratta da ragazzino in privato dopo le ovazioni ricevute durante il comizio; dall'altra, le lusinghe occasionali che distraggono dalle «necessità storiche» quando è la vita a reclamare imperiosamente altrove.

Il primo impatto di Neruda col Brasile era avvenuto nel giugno del 1927, all'età di ventitre anni, a bordo della nave che lo stava portando in Europa. Il poeta aveva in tasca la nomina di console onorario del Cile a Rangoon. Per fare un favore a un amico, anche lui squattrinato e smanioso di andare verso Oriente, aveva barattato il biglietto di prima classe per due biglietti di terza. La traversata di per sé non offriva molti svaghi.

Scrive Neruda: «Da parte mia [...] mi distrassi dal mondo e dal monotono Atlantico solo per contemplare gli occhi scuri e larghi (anchos) di una giovane brasiliana, infinitamente brasiliana, imbarcatasi a Rio de Janeiro coi genitori e due fratelli». Neruda non dice di che colore erano gli occhi di quella sirena. Ma possiamo intuirlo. Rispetto al monotono Atlantico, così diverso dal Pacifico inquieto di Isla Negra, dovevano essere «viva polvere di smeraldi».

http://www.musibrasil.net/index.php

Commenti

Post popolari in questo blog

'IL CANTICO DELLE CREATURE' ILLUSTRATO PER BAMBINI

"La storia generale dei pirati", del Capitano Charles Johnson

'Schifoso traditore. Come riconoscere le tracce dell'infedeltà' di Alberto Caputo, Alessandro Calderoni, Silvia Jun, Paolo Baron