"Lavoro da morire" Racconti di un’Italia sfruttata

Prezzo € 14,50
Editore Einaudi
Collana Super tascabili
Anno 2009
Pagine 180
LinguaItaliano

In Italia di lavoro si muore ancora, e spesso. Più spesso di quanto ci si immagini, evidentemente perché i mezzi di informazione non riescono a raccontare questo fenomeno di patologia sociale, di diritti rovesciati e di rovesci senza diritto. Di lavoro si muore non solo fisicamente ma anche psiologicamente, emotivamente, nella propria dignità. I casi di mobbing, di sfruttamento e di pratiche persecutorie da parte di chi ha posizioni di potere nel posto di lavoro vanno moltiplicandosi. Da una recente indagine dell'Inail e dall'esame di una serie di casi esemplari è nata Lavoro da morire.
Una raccolta di storie brevi firmate da undici scrittori italiani:
Tullio Avoledo, Andrea Bajani, Matteo B. Bianchi, Carmen Covito, Giorgio Falco, Barbara Garlaschelli, Dacia Maraini, Giuliana Olivero, Antonio Pascale, Grazia Verasani.

E Michela Murgia, autrice del racconto Alla pari, con la quale abbiamo parlato.

Michela, qual è la storia che ha scelto?
"Quella di un brillante laureato alla Bocconi che per merito fa carriera e diventa direttore di filiale di una prestigiosa banca a Londra. Niente favori, zero spintarelle. Salvo poi scoprirsi sieropositivo. Da quel momento comincia la sua morte professionale, innescata dal suo stato di non morto, di "lungo sopravvivente", grazie ai farmaci che cronicizzano il decorso dell'Hiv. Un paradosso. Perché l'Aids può diventare una forma di invalidità riconosciuta mentre il mobbing è una sorta di malattia che gli altri esseri umani ti trasmettono come per telepatia ma che nessuno ti riconoscerà mai".

Il reato però esiste.
"E' vero ma dimostrare di aver subito mobbing è un'autentica impresa. In Italia manca una legislazione precisa e, soprattutto, manca la solidarietà fra persone. In una causa per mobbing sono fondamentali le testimonianze e pochissimi sono disposti a mettersi contro l'azienda in cui lavorano per aiutare chi è stato vittima di soprusi. Così si muore lentamente, si finisce prosciugati in un meccanismo fatto di demansionamento, di promozioni orizzontali che ti riducono a soprammobile solo nel proprio ufficio, a non fare niente. Ma anche isolatamento da parte dei colleghi, quelli che da un giorno all'altro cominciano a salutarti con freddezza o a evitare di andare a prendere il caffé al bar con te. Diventi un virus da espellere, ecco perché ho scelto questa storia, stabilisce un perfetto parallelismo tra l'infezione da Hiv e quella da mobbing. Malattie da contatto umano".

Non c'è pietà per chi si ammala?
"Ce n'è pochissima per chi si prende l'Aids. Predomina la logica distorta del "te lo sei voluto", il giudizio moralistico prima della comprensione. Il protagonista di Alla pari subisce offese e umiliazioni ma rifiuta di lasciarsi andare al pietismo, di farsi uccidere recitando la parte della vittima".

Letteratura come antenna del malessere sociale. Lo teorizzano diversi scrittori, lei ci crede?
"Per me non c'è altro approccio, ma non voglio atteggiarmi a pasionaria. Ci sono ancora troppe storie drammatiche che non hanno voce. E nel nostro Paese esistono autori come Saviano che a quelle storie danno voce ma che portano certi Pm a fare discorsi assurdi e pericolosi tipo: "Okay ragazzo, sei un bravo scrittore però stai al posto tuo che la lotta al crimine la devono fare le forze dell'ordine". Quando ho letto la sparata di Ingroia sono rimasta a bocca aperta. Se ci innervosiamo perché un libro di grande impatto documenta quanto è profonda la penetrazione criminale nella società italiana, beh, allora tutti dobbiamo preoccuparci".

La scrittura può essere una forma di riscatto?
"Dipende dall'onestà con cui si affronta ogni pagina. Quando tenevo il mio blog che poi è diventato il libro Il mondo deve sapere non ho mai pensato alla scrittura come forma di catarsi. E non mi sono mai considerata una vittima, anche perché non ero una precaria. Ho sempre lavorato e ho sempre deciso io di cambiare lavoro quando ne avevo abbastanza. Forse la vera forma di riscatto è non cedere al vittimismo così di moda in questo Paese".

Un'altra interessante forma di resistenza sarebbe quella alla paura del futuro. Perché oggi è così diffusa?
"Perché stiamo vivendo la fine della sbornia consumistica degli anni '80, periodo che per l'Italia è coinciso con il sorgere del berlusconismo. In 25 anni i sogni sono stati ridotti a desideri di merce da acquistare, niente di più. Infatti oggi la vera paura che abbiamo è quella di perdere il nostro status economico, perché il nostro valore di persone è misurato dal potere d'acquisto. Il successo elettorale di Berlusconi deriva da una vecchia fascinazione, quella per l'uomo sorridente risolutore di paure. Ma c'è una grande ansia di giustizia ancora inappagata, e quella è destinata a riaffiorare quando cominceremo a pagare cara l'era del Cavaliere".


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