La casa dei giorni dispersi

La casa dei giorni dispersi
Michela Franco Celani
Prezzo € 11,00

Un uomo di mezz'età, una testa di capelli spruzzati di grigio sul viso ancora giovane, al secondo matrimonio di nuovo in crisi, evita una vacanza con la moglie per trascorrerla invece con l'unico essere per cui prova un sentimento sincero: Giona, il suo cane ormai vecchio e malato. Per portarlo via dalla città, l'uomo rintraccia un'amica di gioventù, di tempi in cui le passioni erano state una leva per sovvertire il mondo. L'amica vive in una casa in collina, dove c'è forza e pace, un microcosmo di rivelazioni e silenzi. Lei ne è l'anima, il motore, l'aria. Lui ne viene attratto: quell'attrazione è scomoda, dolorosa, inquietante per chi ha vissuto una vita senza accorgersi di niente. In questo romanzo - che è un susseguirsi di rivelazioni e colpi di scena - l'autrice svela il lato oscuro dei sentimenti che ci sforziamo di dimenticare, che neghiamo spesso per non soffrire troppo, ma che rimane nell'anima, in attesa di emergere. Racconta di uomini chiusi e assordati, e di donne 'in cui la vita scorre dentro', disposte a pagare un prezzo altissimo per amare e vivere con coerenza. Racconta una stagione della storia italiana attraverso le storie personali, per arrivare all'essenza della vita e delle esperienze, anche dolorose, di ciascuno.

Nel romanzo La casa dei giorni dispersi la scrittrice Michela Franco Celani svela sentimenti che ci sforziamo di dimenticare, che neghiamo spesso per non soffrire troppo, ma che rimangono nell'anima, in attesa di emergere. Infinitestorie.it l'ha intervistata.

D. La casa dei giorni dispersi è la sua terza fatica letteraria. I suoi sono libri molto diversi tra loro, da dove ha tratto ispirazione per scriverli?

R. A volte ho l'impressione che uno scrittore che come me si occupa di sentimenti, di inconscio, di rapporti profondi, scriva sempre la stessa storia, che è poi sempre la sua. Da punti di vista differenti, sfaccettature diverse, nascondendosi dietro trame di pura fantasia, ma ricalcando ogni volta - pur nell'invenzione - il proprio vissuto.

D. Leggendo La casa dei giorni dispersi, colpisce la scelta di raccontare la storia attraverso gli occhi di un uomo. È stato difficile calarsi nei panni di questo personaggio e descrivere il mondo dal punto di vista maschile? Che cosa l'ha spinta a confrontarsi con i pensieri più intimi di un uomo?

R. Volevo che il protagonista fosse un uomo, anche perché non è un personaggio di pura fantasia ma in qualche modo ricorda qualcuno che appartiene al mio passato; via via, però, mi sono accorta che come vere protagoniste emergevano le donne e che lui diventava piuttosto voce narrante. Se poi sia stato facile o difficile, non so. Scrivere non è mai facile o difficile. È soltanto possibile o no.

D. Nel romanzo ha un ruolo centrale la casa in collina, luogo di incontro e rifugio per chi desidera evadere dal mondo per un po'. Che cosa rappresenta per lei? Esiste nella realtà una casa che le sta particolarmente a cuore?

R. Ero ancora molto giovane quando ho scritto una brevissima poesia che diceva: «Solitudine di pianta sradicata. Io cerco il luogo dove tornare.» Ecco, tutta la mia vita è stata una ricerca di questo luogo. Ho lasciato Trieste da bambina, poi Catania, Torino, Milano, l'Alto Adige... In ogni luogo ho lasciato un pezzo di me, per questo è importante il rifugio e quella che i tedeschi chiamano ”Geborgenheit“, o almeno l'illusione di averli trovati. Amo la casa sul lago dove abito adesso, tuttavia non mi scrollo mai di dosso un inquietante senso di precarietà.

D. In La casa dei giorni dispersi si legge «Niente richiede più coraggio che cercare di essere felici, ma le donne conoscono infiniti modi per farsi sempre e comunque del male». È riuscita a darsi una risposta del perché?
R. Non trovo mai risposte a nulla, mi pongo solamente domande... Credo che la donna, anche se non ha figli, porti quasi sempre in sé una straordinaria generosità di madre, che si esplica in mille modi e defluisce in mille canali, e questo la espone a delusioni e ferite.

D. L'inquietudine e la complessità dell'universo femminile emergono prepotentemente dalle pagine del libro. Quanto c'è di lei nelle donne, così diverse tra loro, che accompagnano la vita del protagonista?
R. C'è molto di me in Eleonora e Maria. Sono portatrici di un pensiero forte, senza sbavature o compromessi, amano la verticalità. Nella vita della prima c'è qualcosa che mi appartiene profondamente: la crisi che la spinge a lasciare tutto, ad andare via, a tagliare i ponti con il passato con un colpo d'accetta. Io sono stata molto male, e in pochi mi hanno creduto.

D. Leggendo i suoi libri si ha l'impressione che la scrittura abbia per lei un ruolo particolare, quello di dare voce ai sentimenti più profondi. È vero? Che cosa rappresenta per lei la scrittura e come ha scoperto di volersi dedicare a essa?
R. Ho sempre scritto, sin da piccola. A scuola ero la bambina che componeva bei temi commoventi che facevano piangere la maestra. Cercavo di rivelare il lato segreto, intimo, delle cose, dicevano che ero molto matura, forse ero solo infelice. La scrittura è stata poi anche lo strumento attraverso il quale ho elaborato gran parte della mia crisi e grazie al quale sono riuscita ad imprimere alla mia vita una svolta assolutamente impensata. Il giornalismo, poi, è l'altra faccia del mio amore per la scrittura: collaboro con una edizione regionale del Corriere della sera e spero di trovare spazi sempre più ampi per i miei articoli di costume, nei quali do libero sfogo ad un altro lato del mio carattere, non introspettivo e lacerato bensì graffiante, polemico e spesso scanzonato e divertente.

D. Sta già pensando al prossimo libro?
R. Veramente ho già cominciato a scriverlo tempo fa, ma poi l'attesa di questo mi ha deconcentrata e l'ho mollato lì. Ma sento che ora i personaggi mi chiamano perché io risolva i guai in cui li ho messi.
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