«Obama. From Promise to Power»


MENDEL DAVID
OBAMA STORIA DELL'UOMO CHE FA SOGNARE L'AMERICA
Genere: Libri
Editore: CAIRO PUBLISHING
Pubblicazione: 10/2008
Numero di pagine: 400
Prezzo: € 18,50
ISBN-13: 9788860521989
ISBN: 886052198X



Chi lo conosce bene stenterebbe a crederci, eppure in quel pomeriggio del 27 luglio 2004 Barack Obama fece un passo più spavaldo e imprudente del solito. D’estate, in una Boston immersa nella calda luce del sole, guidò un drappello di giornalisti, assistenti e un paio di amici – un gruppetto formato al massimo da due dozzine di persone – attraverso il labirintico recinto di sicurezza che proteggeva l’arena coperta dell’imponente Fleet Center. Lo smilzo ex giocatore di basket delle superiori che anche a quarantadue anni non disdegnava farsi una partitina, cominciò a muovere il busto come se si stesse dirigendo verso la linea dei tiri liberi, sicuro di mettere a segno il canestro che valeva la partita. Tirò indietro le spalle. Tenne dritta la testa. A ogni passo, il busto in giacca blu oscillava da una parte e dall’altra. Aveva la massima fiducia in sé stesso. E a ragione: mancavano infatti solo poche ore, e il legislatore dello Stato dell’Illinois e docente di legge a contratto avrebbe mosso i primi passi sulla scena nazionale con il famoso discorso introduttivo alla Convention nazionale democratica. Era arrivato il suo momento d’oro. E, sebbene ciò fosse accaduto piuttosto velocemente, in maniera inaspettata e in un certo senso strana, con appena qualche settimana di preavviso, ora Obama aveva l’opportunità di dimostrare al mondo che era in grado di giocare nella massima serie. Finalmente.

Essendomi occupato di lui per il Chicago Tribune fin dai primi giorni della sua candidatura al Senato degli Stati Uniti più di nove mesi prima, avevo già allacciato dei rapporti con Obama, perciò feci di tutto per non mettermi in mezzo e rimasi a osservare come sarebbe andata a finire quella giornata, a vedere dipanarsi la storia di Barack. Tuttavia, da scettico giornalista quale ero, stentavo a credere che, prima della fine della giornata, tutto sarebbe andato nel migliore dei modi. Stavo ancora cercando di capire se il suo incedere impettito non fosse altro che una recita, se il suo ultimo tiro libero sarebbe rimbalzato via colpendo il bordo del canestro o se invece avrebbe messo a segno il tiro vincente facendosi un nome in tutta la nazione. Superato un punto di controllo, approfittando di un momento in cui Obama si era liberato del suo entourage, mi avvicinai furtivamente e gli dissi che, in quell’atmosfera rarefatta, mi sembrava che fosse riuscito a far colpo su molte persone influenti. Obama continuò a guardare dritto davanti senza modificare l’andatura. «Sono come LeBron, ragazzo» rispose, paragonandosi a LeBron James, il teenager dal talento straordinario che a quel tempo faceva furore nella National Basketball Association. «Sono in grado di giocare a questi livelli. Ho la stoffa».

Quella sera, Obama si presentò all’America. Tenne un discorso introduttivo di portata storica, talmente ispirato che persino alcuni commentatori di idee conservatrici dovettero riconoscere di essere rimasti commossi. Con la sua voce da baritono, profonda, risoluta e chiara, si richiamò alla filosofia dell’amata madre che credeva nell’esistenza di un’umanità comune, una filosofia che si era radicata in lui fin dall’infanzia. Dichiarò che l’America era una terra di gente di buon cuore, una nazione di cittadini che hanno più cose in comune che punti di contrasto, un paese di individui tenuti insieme da un obiettivo di libertà e opportunità per tutti. «Non esistono un’America liberale e un’America conservatrice: esistono gli Stati Uniti d’America. Non ci sono un’America nera e un’America bianca, un’America latina e un’America asiatica: ci sono gli Stati Uniti d’America […]. Siamo un unico popolo.» Nell’arena, molti democratici di vari stati, con alle spalle percorsi di vita diversi e appartenenti a diverse etnie, avevano le lacrime agli occhi. Un po’ più in alto, la donna seduta accanto a me sulle gradinate del Fleet Center lanciava grida di gioia: «O mio dio! O mio dio! È un momento storico! Un momento storico!». Mi guardai intorno e, vedendo tutta quella folla piena di energia e di emozione, mi sorpresi a dire ad alta voce, a nessuno in particolare: «Sì, è vero. Stanotte, Barack, sei come LeBron, ragazzo».

Per tutto il 2004, l’atmosfera politica e culturale, sia nello Stato dell’Illinois dove Obama era senatore sia in buona parte del paese, oscillava tra due poli opposti. Vari aspiranti alla presidenza democratici si erano contesi il ruolo di rivale del presidente George W. Bush che aveva trascinato il paese nella guerra in Afghanistan e poi in Iraq, in seguito all’attacco terroristico sferrato a New York e a Washington l’11 settembre 2001. Delusi dal fatto di trovarsi in minoranza in entrambe le camere del Congresso, i democratici avevano disperato bisogno di un candidato forte per sconfiggere Bush alle elezioni di novembre. Tra le varie alternative, il partito aveva scelto il senatore John Kerry del Massachusetts, che però non poteva risollevare gli animi degli scoraggiati democratici. Loro desideravano qualcosa di più di quello che Kerry poteva offrire: un salvatore, una figura che fosse in grado di ispirarli e tirarli fuori da uno dei periodi più bui della storia del partito. Kerry era certamente un candidato eleggibile, ma per la sua natura riservata e il suo modo faticoso di esprimersi in pubblico appariva molto lontano dal salvatore capace di infiammare le masse. All’epoca la nazione era spaccata in due a proposito della guerra in Iraq, ma il partito democratico aveva una posizione più unitaria. Agli occhi di molti democratici moderati che inizialmente erano stati a favore dell’intervento, l’America stava cominciando a guarire dalla febbre nazionalistica che l’aveva colpita all’indomani dell’attacco terroristico dell’11 settembre. Per la maggior parte della sinistra del partito, fin dall’inizio la guerra non era stata altro che un colossale errore.

A Chicago, San Francisco e in altri centri urbani, i democratici avevano partecipato in migliaia alle manifestazioni contro l’attacco all’Iraq. In alcune città erano state organizzate dimostrazioni di segno opposto che avevano raccolto chi condivideva la necessità dell’intervento armato. A Chicago si erano svolte, pressoché senza disordini, svariate iniziative contro la guerra. Tra gli organizzatori e i partecipanti non si contavano solo i giovani radicali ma anche gli affermati esponenti del popolo liberale che viveva sul lungolago. Diciassette mesi prima, nell’ottobre 2002, un assistente di Paul Simon, ex senatore degli Stati Uniti ed esperto di pubbliche relazioni per la corrente principale dei liberali, aveva organizzato una manifestazione contro la guerra nella Federal Plaza della città. In quell’occasione Obama, che allora era un legislatore locale pressoché anonimo, tenne un arguto discorso con cui definì l’imminente impegno in Iraq «una stupida guerra». L’evento attrasse giovani e vecchi: veterani della protesta degli anni ’60 si mescolarono ad abitanti della periferia, studenti di college e giornalisti. Di maggiore impatto fu un’altra manifestazione contro la guerra che una sera si allargò a macchia d’olio dal centro cittadino fino a intasare la strada principale del Lake Shore Drive, il lungolago di Chicago. I dimostranti marciarono senza scopo verso una meta sconosciuta, finché furono bloccati e arrestati dalla polizia cittadina in tenuta antisommossa. Nella primavera del 2003 il Washington Post, il bollettino quotidiano della dirigenza democratica, pubblicò un racconto che metteva in luce la crescente spaccatura politica e culturale del paese. L’articolo esplorava una fiorente teoria cui i politologi avevano assegnato un’etichetta informale: il fenomeno «stato rosso-stato blu».

La teoria stava attirando sempre più attenzione in ambienti sia politici che intellettuali. Gli stati rossi erano al 100% roccaforti repubblicane, popolati soprattutto da bianchi di religione cristiana e conservatori a livello culturale. L’intero Sud e la maggior parte del Midwest rientravano nella categoria rossa. Gli stati blu erano territori del partito democratico, con una percentuale più alta rispetto alla media nazionale di gay, minoranze e intellettuali formatisi al college. La West Coast e gli stati del Nordest generalmente votavano blu. Il paradigma «rosso-blu» cominciò a diffondersi tra così tanti americani da diventare ben presto un luogo comune. Nella capitale della nazione questo braccio di ferro si rifletteva in uno scontro aspro e fazioso tra la minoranza democratica e la maggioranza repubblicana. Dopo le elezioni dell’autunno del 2003 il Pew Research Center diffuse uno studio che riassumeva ottomila interviste condotte nel corso dei tre anni precedenti. I risultati della ricerca delineavano una nazione spaccata in due e fortemente polarizzata con vistose differenze sul piano politico, culturale e religioso. Gli abitanti degli stati del Sud, i più religiosi e tradizionalisti sul piano sociale, tendevano a comportarsi da falchi riguardo alle questioni inerenti la sicurezza nazionale. Gli abitanti del New England e della Pacific Coast, per contro, erano meno religiosi, meno tradizionalisti e avevano un atteggiamento da colombe nei confronti della guerra.

Nella notte in cui si tenne la convention nazionale democratica a Boston un uomo di bell’aspetto, dalla pelle color caramello, che sembrava comporre in sé tutte queste divergenze, apparve su tutti gli schermi televisivi della nazione e richiamò il paese all’unità. Sua madre era una donna del Kansas che gli aveva lasciato in eredità il suo spirito ingenuo e sognatore. Suo padre era un nero del Kenya nato in povertà, il cui pionieristico viaggio negli Stati Uniti per ricevere un’istruzione occidentale incarnava al meglio l’esperienza dell’immigrato. Obama era cresciuto in mezzo ai bianchi ma anche tra asiatici e polinesiani. Era un cristiano devoto e aveva sposato una donna di colore del South Side della città. Era stato organizzatore di comunità nei quartieri africaniamericani più poveri di Chicago. Aveva frequentato le migliori scuole di legge del paese con risultati eccellenti. A quel tempo faceva parte dell’assemblea legislativa della Middle America. E sembrava proporsi come l’incarnazione dell’America ideale: un luogo in cui differenze di razza, classe e cultura si univano per creare l’insieme della repubblica, non per dividerla.

Più tardi in quello stesso anno, la nonna materna di Obama, Madelyn Dunham, mi disse: «Quando era giovane, gli chiesi che cosa volesse fare nella vita. Lui rispose: “Voglio fare del mondo un posto migliore di quando sono arrivato”. E io credo che sia questo il faro che lo guida». Non si può negare che Obama sia costantemente animato da un senso di giustizia sociale ed economica. È un uomo serio, riflessivo, a volte ingenuo e dotato di un profondo senso morale, qualità che ha ereditato dalla madre, fervente progressista. Ma Obama è una figura molto più complessa del sognatore pronto a battersi per i suoi ideali con l’obiettivo di «dar voce e potere a chi non ne ha» per dirla con le sue stesse parole. È un politico straordinariamente dotato che, per tutta la vita, è riuscito a far sì che persone con idee completamente diverse vedessero in lui esattamente quello che volevano vedere. «Senza dubbio possiede queste qualità yin e yang» sostiene Robert Gibbs, uno dei principali assistenti politici di Obama.

Le sue origini e le sue esperienze sono diverse da quelle del tipico africano-americano. Tuttavia la maggior parte dei neri d’America lo accetta come un fratello, soprattutto perché sembra un africano e ha moglie e figlie africane-americane. Per contro, il fatto che sia cresciuto in una famiglia bianca e sia stato educato nei migliori istituti bianchi lo rende meno minaccioso e immediatamente credibile agli occhi degli analisti politici di pelle bianca. I genitori e i nonni vivevano modestamente e per gran parte della sua vita Obama non ha saputo cosa fosse il benessere economico. Averle vissute in prima persona lo ha reso consapevole delle preoccupazioni quotidiane della classe media. Ma è lecito pensare che la sua carriera politica si debba soprattutto all’indole accomodante di cui dà prova in pubblico e alla sua ingegnosa mancanza di specificità. In qualunque contesto si muova – una chiesa frequentata da gente di colore, l’aula del Senato, una fattoria – riesce a intonarsi perfettamente all’atmosfera, come se avesse passato lì tutta la vita. Con il suo tono inesorabilmente ragionevole e una studiata sollecitudine, riesce a trasformare anche il giornalista più scafato in un mansueto ammiratore. Pressoché in ogni momento comunica l’idea di una suprema fiducia in se stesso. Ma non gli manca l’autoironia e in certi casi arriva a essere umile più del necessario. Quando parla o scrive di un argomento particolarmente controverso, lo esamina sempre da tutti i punti di vista prima di dare la sua valutazione, in genere assai prudente: non di rado esprime un’opinione talmente universale che persone di vedute opposte sono pronte a farla propria. Nei vari ambienti in cui quotidianamente viene a contatto con gli elettori, indossa il suo cappello da docente del college e spiega arcane questioni politiche in termini di facile comprensione che invitano all’unanimità piuttosto che alla discussione.

Quello che il pubblico non riesce ancora a vedere con chiarezza è il suo lato nascosto: il suo senso di superiorità e la sua natura autoritaria, imprevedibile e talvolta permalosa, caratteristiche esacerbate dalle enormi pressioni cui si è sottoposto per portare avanti la carriera. Sa essere freddo e sbrigativo con i giornalisti che ritiene colpevoli di non averlo trattato adeguatamente. È un uomo straordinariamente ambizioso e competitivo, dotato di fascino, capacità di persuasione e prospettive di carriera apparentemente illimitati. In realtà la sua ambizione è talmente sfrenata che a volte persino lui è costretto a scendere a patti con quella forza dirompente. Questo impulso irresistibile deriva dall’urgenza di rimediare ai tragici fallimenti del padre, sia in ambito politico, in Kenya, che familiare. «Diventare presidente è sempre stato il suo sogno» mi confidò Valerie Jarrett, una sua amica intima, poco dopo il suo discorso di Boston. «Non sono sicura che sia disposto ad ammetterlo, neanche a se stesso. Ma sono certa che è così.»3 Il tragitto che ha portato Obama a questa ammissione, che arriva finalmente durante una vacanza nelle native Hawaii nel dicembre del 2006, è diverso da qualsiasi altro percorso mai compiuto da un politico americano. In verità, per quanto grande sia il suo vigore intellettuale, genuino il senso della missione, ardente il desiderio di ottenere un successo personale, neanche lui avrebbe potuto dirsi preparato a ciò che lo aspettava dopo l’inebriante exploit di Boston. Nessuno potrebbe rimanere insensibile a una cosa del genere.

Nel giro di un paio d’anni, da oscuro legislatore locale Obama era diventato una celebrità nazionale che i paparazzi tenevano sotto assedio durante le vacanze con la famiglia. Visse quello che chiamò «un anno doloroso» dormendo non più di tre o quattro ore a notte per scrivere un best seller che garantisse una volta per tutte la sicurezza economica alla sua famiglia e foraggiasse la sua fiorente carriera politica. Passò svariate notti e molti fine settimana lontano dalla devota moglie e dalle due figlie ancora piccole per aiutare il Partito democratico nazionale a mettere insieme milioni di dollari per riprendere il controllo del Congresso. Sui media principali e alternativi, si susseguirono infinite discussioni circa la possibilità che diventasse il primo africano-americano a conquistare la Stanza Ovale. Dal South Side di Chicago, si era affacciato sulla scena americana un uomo politico unico che rappresentava un’assoluta novità. Obama e lo speranzoso messaggio di unità e fraterna compassione trasmessogli dalla madre irruppero nel sostanziale vuoto politico degli Stati Uniti. In una nazione perennemente ansiosa di consacrare la prossima «Cosa Nuova» Obama si ritrovò per mesi sotto i riflettori dei media. Durante questi due anni, l’innovativa figura politica riuscì a fare ciò che sembrava impensabile: trascese la razza nel momento in cui la incarnava; tese la mano ai conservatori mentre incantava i progressisti; sedusse gli spietati giornalisti che si occupavano di politica interna (almeno alcuni di loro, almeno per un po’) con la sua aria di novità, l’intelligenza e l’affabilità; divenne icona e simbolo d’orgoglio per milioni di americani neri; e si affermò come importante voce nazionale del partito democratico. Fece propria la visione ottimistica che gli aveva instillato la madre – la convinzione che, nel profondo, tutti gli esseri umani sono accomunati dalla compassione e dalla generosità di spirito – e ne fece un avvincente tema politico. Offrì poi questo tema della riconciliazione come strumento di salvezza a una repubblica politicamente e culturalmente frammentata.

Imperversando sulla scena nazionale, Obama divenne una fonte di speranza e ottimismo per tutti i democratici delusi, dalla California al New Hampshire. La sua irresistibile ascesa, partita praticamente dal nulla, ci fa capire con quanta passione molti americani desiderassero un leader che fosse in grado di ispirarli e ricucire le divisioni interne al paese: razziali, politiche, culturali, spirituali. «Ore prima che tenesse il suo discorso, i democratici non stavano più nella pelle» disse la giornalista del Chicago Tribune Clarence Page. «Sai perché? Perché finalmente il partito ha un volto nero che non è Jesse Jackson o Al Sharpton. Siamo sinceri. È così che l’hanno lanciato. È una cosa che va al di là del partito stesso perché in questo momento l’intero paese è alla ricerca di questo sentimento di unità.»4 I movimenti a sostegno della sua candidatura alle presidenziali del 2008 si sono allargati tramite Internet, tra le celebrità di Hollywood e nei campus dei college di tutto il paese. Mentre una guerra lontana reclamava migliaia di vite americane e si impantanava in un caos sanguinoso, mentre il Congresso veniva travolto da un numero imprecisato di scandali politici, mentre gli americani erano sempre più delusi dalla leadership del presidente repubblicano George W. Bush, l’America sembrava pronta per un pastore che guidasse il paese in una direzione completamente nuova.

Dopo Jack e Bobby Kennedy, con la loro splendente Camelot politica, nessun altro uomo politico era riuscito così rapidamente a conquistare l’immaginazione di un numero così ampio e diversificato di americani, specie il significativo elettorato dei neri d’America. E persino il paragone con Kennedy non basta a dare un’idea della fama di Obama. Fin dai tempi di Reagan nessun altro politico era stato così abile nel trasmettere il suo incrollabile ottimismo a un elettorato scoraggiato. Usando astutamente come trampolino di lancio lo strapotere dei mo derni mezzi di comunicazione di massa, Obama e il suo sparuto gruppo di talentuosi consulenti sono riusciti a delineare un percorso che lo ha catapultato da legislatore locale ad autore di best seller, a senatore degli Stati Uniti e, infine, al ruolo di celebrità. Sintesi di idealismo e pragmatismo, da un giorno all’altro Obama è passato da critico dell’establishment locale a parte integrante del sistema. È dentro e fuori allo stesso tempo. Ovunque andasse, attirava migliaia di persone appassionate. Per tutto il 2006 comparve sulle copertine delle riviste e sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. Come sua madre, che non perdeva occasione per rafforzarne l’autostima, quasi tutti questi giornalisti vedevano in lui qualcosa di speciale. «Prima d’ora non si era mai visto niente di simile» mi disse una volta il suo ex assistente Julian Green. «Abbiamo davvero un sacco di fan tra i media. Non ho mai visto riservare un trattamento del genere a un uomo politico».

Titoli come «Sognando Obama», «Grandi speranze» e «Perché Barack Obama potrebbe essere il prossimo presidente» alimentarono la leggenda. Obama era uno dei politici più richiesti nel circuito infinito dei dibattiti televisivi: faceva discorsi seri con Charlie Rose, parlava saggiamente con Jay Leno e apriva il suo cuore (relativamente) a Oprah Winfrey. Fu insignito sia di un premio immagine della NAACP («Associazione nazionale per la promozione delle persone di colore») sia di un Grammy per la sua prima biografia in versione audiolibro. In una società innamorata delle celebrità, nessun altro personaggio politico sarebbe mai riuscito anche solo ad avvicinarsi al successo di Obama. «All’inizio avevamo pensato di coinvolgere i Rolling Stones in questa festa» disse il governatore del New Hampshire John Lynch a 1550 democratici che avevano sganciato venticinque dollari a testa per vedere Obama nel dicembre del 2006. «Ma abbiamo annullato la loro esibizione quando abbiamo capito che il senatore Obama avrebbe fatto vendere più biglietti».

Come uomo e certo come personaggio politico, di sicuro Obama era lusingato da tutta questa adulazione. Ma si sforzava di combatterne gli effetti deleteri. Man mano che la sua fama si spandeva in tutto il mondo e la sua vita pubblica subiva una violenta accelerazione, sentiva crollare il suo universo familiare e si ritrovava sempre più confinato in una bolla di celebrità povera d’ossigeno. «Ad esempio, non posso più camminare da solo per strada e guardare la gente passare. Ed è una cosa molto difficile da accettare» si lamentava. Divenne più cauto nel rilasciare dichiarazioni e nel curare l’immagine pubblica. Con prudenza scelse di limitare l’accesso ai giornalisti. L’attivo legislatore dell’Illinois che aveva presentato e approvato un vasto assortimento di progetti di legge, adesso cercava di evitare ogni possibile motivo di contrasto. Si affidò in misura sempre maggiore ai suoi assistenti più fidati, alla famiglia e ad altre persone vicine a lui che, a loro volta, divennero sempre più protettive nei suoi confronti. «Per noi, che siamo la sua famiglia, lui non è cambiato» disse Auma Obama, la sua sorellastra nata in Kenya. «Ma sono cambiate le persone che gli stanno intorno. Mi rendo conto che è vulnerabile e lo vedo più guardingo che mai».

Il ridotto organico di zelanti consulenti che avevano ancorato le proprie carriere al suo astro nascente, avvertivano a loro volta una pressione eccessiva. Disse David Axelrod, il principale stratega della sua campagna elettorale: «È come attraversare la folla con in mano una porcellana dal valore inestimabile. Non vorresti essere proprio tu quello che la fa cadere e rompere». Al riparo dai riflettori, gli assistenti più vicini a Obama come David Axelrod, si domandavano se per caso la sua irresistibile ascesa non fosse stata troppo rapida, se quell’uomo serio e a volte permaloso fosse davvero preparato ad affrontare le asprezze di una contesa presidenziale, anche se quella contesa sembrava già iniziata sui media e tra gli attivisti. «David teme una catastrofe» mi disse un’amica intima di Axelrod. E tuttavia, ogni volta che nel suo entourage erano circolate simili preoccupazioni, Obama entrava in campo sicuro di sé e segnava il canestro della vittoria.

Lo fece di nuovo all’inizio del febbraio 2007, quando dichiarò di accettare la candidatura presidenziale con un discorso politicamente altisonante ma che non mancò di infiammare i sostenitori e di convincere gli analisti. Dopo mesi di angosciante indecisione, in una gelida mattina d’inverno a Springfield, Illinois, Obama parlò direttamente a un’America desi derosa di una nuova leadership e si offrì di ricoprire quel ruolo. Davanti a una folla di quasi 1700 persone infreddolite radunatasi all’ombra dell’Old State Capitol dell’Illinois, Obama annunciò la sua candidatura alla presidenza. Attinse al potente simbolismo storico del luogo in cui si trovava: lì Abramo Lincoln, davanti all’edificio in cui adempiva ai suoi doveri di legislatore dell’Illinois, tenne il famoso discorso della «casa divisa» contro la schiavitù. Obama ribadì che l’America era pronta per una leadership di nuova generazione, pronta a ritirarsi dalla guerra in Iraq, pronta a essere unita. Stemperò i temi contenuti nell’appello di Lincoln per una cittadinanza unita con la tenerezza di sua madre che nelle persone vedeva sempre il lato migliore. «Trasformiamo questa nazione» disse reciso e con voce sicura. «È stato qui che abbiamo imparato ad esprimere il nostro dissenso nei confronti di tutte le cose su cui non siamo d’accordo; qui abbiamo imparato che è possibile scendere a compromessi se si conoscono i principi su cui non si può transigere. E finché siamo disposti ad ascoltarci l’un l’altro, possiamo vedere il meglio nelle persone invece del peggio […] la vita di quell’alto, allampanato avvocato di Springfield ci dice che un futuro diverso è possibile. Ci dice che le parole contano, che le convinzioni contano, che nonostante le differenze razziali, regionali, religiose o di opinione noi siamo un popolo. E ci dice anche che la speranza è potere».

Era questo il momento che la crescente schiera dei seguaci di Obama aspettava da tempo. Per loro non sembrava avere importanza il fatto che, da quando il legislatore locale fautore di un aggressivo liberalismo era andato a Washington, aveva virato drasticamente verso il calcolo e la prudenza o che non aveva ancora proposto nessuna filosofia nuova, né il fatto che Obama era, come lui stesso diceva, «uno schermo nero sul quale persone di idee politiche radicalmente diverse potevano proiettare le proprie idee». Non sembravano accorgersi che, più in alto saliva, più questo politico si esprimeva con trite banalità offrendo solo buoni sentimenti privi di un qualsivoglia inquadramento in una struttura. Sembravano aver dimenticato che nei due anni precedenti, nel partito di minoranza degli Stati Uniti, Obama aveva esercitato la sua influenza per far approvare una sola legge sostanziale e che aveva evitato qualsiasi conflitto, rifiutandosi di spendere anche solo una minima parte dell’enorme capitale politico accumulato in favore di un argomento controverso che gli stesse a cuore. Ma è vero che, nel suo primo anno al Senato, prima di esprimersi seppur cautamente su un argomento a lui caro – come l’impatto dell’uragano Katrina e le sue conseguenze a livello etnico ed economico – era costretto a discuterne a fondo con i propri consulenti politici sempre inclini alla prudenza.

Nonostante tutto, la sua irriducibile fiducia in se stesso, l’accattivante storia della sua vita birazziale avevano trasformato Obama nel nuovo volto politico più affascinante d’America. I votanti di idee diverse, forse – ma è solo un’ipotesi – vedevano in lui la soluzione alla frammentazione della leadership nazionale. Avevano davanti agli occhi un politico pragmatico ma capace di sognare, che credeva fermamente in un futuro migliore, in un momento in cui invece il domani rappresentava per gli americani una fonte di grande preoccupazione. O, almeno, sembrava che avessero davanti agli occhi un leader carismatico che metteva insieme fiducia in se stesso, carattere e, nelle sue stesse parole, speranza. «La gente non viene da Obama per quello che ha fatto» disse Bruce Reed, il presidente del Democratic Leadership Council, un gruppo di orientamento centrista. «Vengono per ciò che sperano lui possa essere.»12 Che fosse guidato da un attento calcolo o dalla forza del destino, dall’ambizione o dalla determinazione, Barack Obama aveva ormai intrapreso il viaggio della sua vita. E sembrava determinato a prendere con sé l’America.

David Mendell

© 2007 David Mendell Titolo originale: Obama. From Promise to Power First published by Amistad, an imprint of HarperCollins Publishers
© 2008 Cairo Publishing S.r.l., Milano I edizione: ottobre 2008

Traduzione di: Fabrizio Bagatti, Francesca Del Moro, Massimiliano Galli, Stefania Manzana, Laura Melosi, Stefano Viviani

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