Toxic

Toxic. Obesità, cibo spazzatura, malattie alimentari: inchiesta sui veri colpevoli
Autore Reymond William
Prezzo € 16,50

Dati 2008, 320 p., brossura
Editore Nuovi Mondi Media

In sintesi
Con un'incredibile e terrificante scia di vittime - dovute a cancro, deficienze renali, disturbi diabetici e attacchi di cuore - l'Europa sta diventando esattamente come gli Stati Uniti: obesa. Entro breve, il numero di morti per problemi legati al peso e a malattie alimentari supererà quello imputabile all'alcool o al tabagismo. Anche nel vecchio continente dovremo fare i conti con uno dei peggiori paradossi americani: nonostante i grandi passi in avanti compiuti dalla medicina, l'aspettativa di vita delle prossime generazioni sarà decisamente inferiore rispetto alla nostra. Ormai frutta e verdura sono contaminati da pesticidi cancerogeni e residui dell'inquinamento, i dolci sono intrisi di grassi nocivi, ci sono hamburger che contengono la carne di 400 vacche differenti. Fantascienza? Paranoia? Niente di tutto questo. Solo una realtà comprovata da numerosi studi scientifici che giungono alla medesima conclusione: contrariamente al mito propugnato dalla potente industria agroalimentare, l'attuale e drammatica situazione non è il risultato di un semplice cambio nelle abitudini o di una precisa volontà di mangiare male o molto. Ci sono bugie che occultano un segreto assai più terribile: sostenuto per ragioni politiche e foraggiato da interessi finanziari, il pericolo ora viene direttamente dai nostri piatti.

DAL LIBRO:
Nessuno escluso
Dal novembre 2006, la Cina detiene un nuovo triste primato. Nonostante la popolazione cinese sia stata a lungo considerata come detentrice delle abitudini alimentari più equilibrate del pianeta, essa è ormai sull’orlo dell’implosione. L’obesità e il sovraccarico ponderale coinvolgono addirittura un cinese su cinque. È un calcolo che fa girare la testa... Stiamo parlando di 215 milioni di persone!
E non si tratta di un’eccezione. Dal 2002 anche il Vietnam deve far fronte a una situazione che è ben lungi dall’essere unica nel suo genere. Se ad Hanoi una parte della popolazione soffre di obesità, in certe zone della campagna la malnutrizione rimane un problema grave. Poco lontano, in Thailandia, il tasso di obesità dei giovani dai cinque ai 12 anni è passato dal 12,2% al 15,6% in appena... due anni!
Nemmeno il Giappone è immune. Dal 1982, il numero di obesi è aumentato del 100%. Anche qui, come in Cina, bambini e adolescenti sono le prime vittime. La stessa identica situazione si ritrova nelle Filippine dove il 5% della popolazione è considerata obesa. Se aggiungiamo le persone in condizione di sovraccarico ponderale, possiamo dire che addirittura un terzo dell’arcipelago è contaminato. Simili proporzioni sono riscontrabili anche in Nuova Zelanda e in Australia. Nelle città ma anche in zone molto più isolate. Nel 2004, infatti, è stato rilevato per la prima volta un serio incremento dei casi di obesità in seno alle tribù aborigene. Tutto sommato, però, il caso più sorprendente dell’area dell’oceano Pacifico riguarda le isole Tonga. In Polinesia, infatti, la pandemia ha contagiato più del 60% della popolazione.
E l’India, l’altro stato-continente? Mentre il paese fatica a lottare contro gli effetti della malnutrizione nel contesto rurale, le grandi città come Nuova Delhi contano ormai un tasso di obesità che supera il 10% nei ragazzi tra i 14 e i 24 anni.
Per quanto sorprendente possa sembrare, l’Africa non è affatto esente da questo male. In Zambia, il 20% dei bambini di quattro anni è obeso. La stessa percentuale che riscontriamo in Marocco e in Egitto, dove, anzi, è leggermente superiore. In termini più generali, in Medio Oriente, da Beirut a Bagdad, un quarto della popolazione si ritrova obeso o in sovrappeso. Ma la vera tragedia si consuma nel sud, nell’Africa nera, dove questo flagello con tutto il suo seguito di malattie semina distruzione. No, non c’è alcun errore. Ho proprio associato l’impossibile: obesità e Africa. E non si deve fraintendere, la pandemia nel continente africano non significa in alcun modo che i problemi di malnutrizione siano risolti. Laggiù si continua a morire di fame ma, novità sconvolgente, si muore anche mangiando troppo o male! Quest’informazione mal si accorda con la visione che abbiamo sempre avuto; ciononostante, alcuni paesi del continente nero contano il triplo di obesi rispetto alle persone affette da malnutrizione. E, come dappertutto, non c’è modo di invertire la tendenza.
Perché l’Africa è maledetta. Agonizzante per la fame ed esangue a causa della tragedia dell’AIDS, il continente è ormai vittima di una nuova “piaga”. Nel 2004 la FAO ha pubblicato un rapporto drammatico secondo cui le donne incinte affette da malnutrizione avrebbero maggiori probabilità di mettere al mondo bambini certi di diventare in futuro... obesi. Un’incongruità che non deriva dalla stranezza della natura ma dal nostro patrimonio genetico. Perché i bambini africani nascono con un metabolismo programmato per “immagazzinare” il massimo di cibo possibile e, nel momento in cui diminuisce la malnutrizione, questa sorta di garanzia di sopravvivenza scivolata nel DNA si rivolta contro il suo titolare, condannandolo all’esatto contrario. Donne che muoiono di fame che mettono al mondo una futura generazione di grassi. Qui c’è tutta l’assurdità del nostro mondo... E anche tutta l’assurdità e la sofferenza dell’Africa

Evidentemente, da Parigi a Bruxelles, da Londra a Praga, da Berlino ad Amsterdam, da Roma a Losanna, da Madrid a Sofia, la pandemia si è ampiamente diffusa anche in Europa. In Francia l’obesità è aumentata in maniera progressiva e ha ormai raggiunto tutte le generazioni. In Italia l’8% della popolazione è affetto da obesità. In Germania la proporzione passa al 12%. La Gran Bretagna, dal canto suo, si contende il primo posto con la Bulgaria. Ormai un quarto degli abitanti di questi due paesi è obeso.

Asia, bacino del Pacifico, Africa, Europa... non ci resta che dare uno sguardo all’America. Non quella in cui è nata l’epidemia, ma il continente americano. Cominciando dal sud, dove non riscontriamo alcun miracolo. Il Brasile, ad esempio, ha visto la proporzione di abitanti obesi o in soprappeso aumentare del 31% in dieci anni. Una tendenza che coinvolge tanto i bei quartieri di Rio quanto le favelas di San Paolo. Nello stesso periodo, la Colombia ha registrato un incremento del 43%. Anche un quarto dei bambini peruviani, cileni e messicani è vittima di questo male. Molto più a nord, raggiungendo il Canada, le statistiche si rivelano ancora più impressionanti. Secondo un’indagine canadese sulla salute del 2004, il 23% della popolazione è obesa. E più precisamente, questa categoria raggruppa quasi un terzo dei canadesi che vivono in ambiente rurale, contro il 20% degli abitanti delle città. Nell’America del nord la pandemia non risparmia nessuno... e nella sua espansione non dimentica anche gli eschimesi d’Alaska.

David Wallerstein e il principio dell’ingordigia
Intorno alla metà degli anni Sessanta, David Wallerstein fu incaricato di aumentare i profitti della catena di cinema texana Balaban & Karz. L’economia dello sfruttamento cinematografico non ruota attorno alla vendita dei biglietti (che ha un’incidenza limitata sui profitti dei gestori) ma alla commercializzazione di pop-corn e bibite gassate. La missione di Wallerstein consisteva dunque nel convincere i clienti a ingurgitare la maggior quantità possibile di pop-corn annaffiati con Coca-Cola. Ma quel compito sembrava ormai degno delle fatiche di Ercole, perché le strategie tradizionali di vendita sembravano non funzionare: Wallerstein poteva pure moltiplicare le offerte del tipo “due al prezzo di uno” o garantire sconti del 20% per la prima proiezione... ma non c’era niente da fare. I clienti di Wallerstein volevano di più ma, per una ragione che ignorava, non osavano chiederlo. E se l’idea giusta fosse stata nascosta proprio in quell’esitazione? E se gli spettatori, temendo gli sguardi altrui e frenati da un’educazione che piazzava la golosità tra i peccati capitali, semplicemente non osassero acquistare una seconda Coca-Cola o un altro bicchierone di pop-corn? Se l’intuizione di Wallerstein si fosse rivelata giusta, la soluzione sarebbe stata di una facilità infantile. Per vendere di più, bastava aumentare le dimensioni delle porzioni. Dalla teoria alla pratica, fece il passo successivo. E il successo fu immediato. In men che non si dica la vendita delle porzioni allargate superò quella delle tradizionali. Senza nemmeno rendersene conto, il cliente, iniziò a consumare di più – molto di più – disinibito e rassicurato dalla sensazione di fare un affare.

Nel 1968, Wallerstein lasciò Balaban & Katz per entrare in un’altra azienda dell’Illinois che cercava di aumentare le vendite. Ray Kroc si era prefisso l’obiettivo di convincere quell’uomo prodigio delle sale cinematografiche ad accettare la sua proposta. E ora si aspettava che ripetesse il miracolo texano moltiplicando il volume di vendite della sua società. Di chi si trattava? Di McDonald’s.

La transizione non fu così facile come previsto. Soprattutto perché Kroc non era del tutto convinto del “principio dell’ingordigia”. Per Kroc il concetto era semplice: se il cliente vuole mangiare di più, bastava ordinare un secondo hamburger, un’altra porzione di patatine fritte o un’altra Coca-Cola. David Wallerstein sapeva che avrebbe avuto bisogno di più di qualche parola e di un po’ di statistiche per convincere il fondatore di McDonald’s. Ebbe allora un’idea molto semplice e rivoluzionaria al tempo stesso: fece installare una telecamera di video-sorveglianza in uno dei ristoranti di Chicago per filmare i consumatori.

Le immagini parlavano da sole. La maggior parte dei clienti di McDonald’s voleva di più. Bastava guardarli capovolgere i sacchettini di patatine fritte per andare a recuperare il più minuscolo pezzetto di patata, anche carbonizzato. O torcersi il collo all’indietro per trangugiare l’ultima goccia di Coca-Cola. Guardando il video, Ray Kroc rimase esterrefatto. David Wallerstein aveva vinto. Era il 1968 e il principio dell’ingordigia poteva entrare nella sua seconda fase: prepararsi a contagiare e divorare l’America.

William Reymond è un giornalista francese che vive da tempo negli Stati Uniti. È autore di diversi libri-inchiesta, tra i quali ricordiamo: “Dominici non coupable” e “JFK le dérnier témoin”. In Italia ha pubblicato “Coca Cola - L'inchiesta Proibita. I segreti mai rivelati della bevanda più diffusa al mondo”


William Reymond

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